l’anima è bianca come il giglio… oppure è degna quando è nera e violenta?

Libro Storia sociale del JazzLa nuova avanguardia jazzistica, creata da Ornette Coleman e Cecil Taylor (free jazz, in Italia detto anche jazz freddo), sperimentando nuovi percorsi espressivi, finì di fatto in una sorta di isolamento, tanto più frustrante in quanto i suoi intendimenti non erano semplicemente musicali. Peraltro essa fu negli Stati Uniti soltanto uno degli aspetti della radicalizzazione politico-sociale dei neri americani, un fenomeno che prese piede estesamente negli anni Sessanta. Ciononostante, le varie forme di radicalismo artistico-politico, messe a punto da parte di una avanguardia prevalentemente nera, risultarono probabilmente meno efficaci sul piano politico – e sicuramente furono meno percepite da parte del pubblico a cui si rivolgevano – del contemporaneo sviluppo di una consapevolezza musicale nera più ampia, che propiziò la rinascita, negli anni Sessanta, di un rhythm and blues duro, generalmente definito come musica soul: una musica rinnovata, che, mentre esprimeva di più le istanze dei neri d’America, riusciva nel contempo a farsi intendere e ascoltare da tutto il popolo americano.

Non è a credere che tutti gli artisti neri abbiano vissuto allo stesso modo questa singolare stagione. Tra i jazzisti della nuova generazione, infatti, la nuova consapevolezza nera si affermò con una radicalità assoluta ed il free jazz ruppe in maniera drastica con tutte le convenzioni e gli stilemi del passato. Altri musicisti, invece, cercarono di trasporre la nuova coscienza sociale in una sensibilità musicale, che, senza abiurare le grandi e generose radici del soul, del gospel e del rhythm’n’blues, avesse contorni più aspri e moderni, toni più “neri” e intensi, e affrontasse senza mezzi termini le tematiche che affliggevano milioni di neri statunitensi.
Dopo l’assassinio di Malcom X, nel 1965, le parole d’ordine diventarono «Potere Nero» (Black Power), «Nero è bello» (Black is Beautiful); si intrecciarono con quelle degli attivisti dell’Sncc («Student Non-violent Coordinating Committee»…

La trasformazione che il jazz subì viene definita come free jazz (il linguaggio musicale più eversivo della storia afroamericana) e si muoveva verso quello che è stato proclamato “il libero spazio dell’atonalità”; frantumava cioè la riconoscibile struttura del tempo, della battuta e della simmetria e abbatteva la vecchia barriera tra musica e rumore. Il free jazz divenne insolitamente aperto a influenze
musicali di ogni genere di natura extra-jazzistica, comprese quelle della musica islamica e indiana.
Una delle organizzazioni giovanili del movimento nero, lo «Student Non-violent Coordinating Committee» (Sncc), ideò nel 1966 lo slogan del «Black Power», cioè del «Potere Nero» che finì col rappresentare una sorta comune di ragione sociale e di programma condiviso per molte organizzazioni di parte nera; pur operando nella legalità, il «Black Power», non professò mai un netto rifiuto della violenza come metodo di lotta politica. Per questo motivo altre organizzazioni come la «Sclc» di Martin Luther King e la «Naacp», da sempre impegnata nella rivendicazione dei diritti civili, prenderanno le distanze dal «Black Power»… Nel definire i suoi parametri ideologici e operativi tutto il movimento nero-americano è pressoché obbligato a realizzare una profonda ridefinizione dei propri statuti espressivi. 
Come ha ben osservato Herbert Marcuse, esso, al pari di ogni gruppo subculturale, persegue un sistematico sovvertimento di termini linguistici, estrapolando vocaboli originariamente innocui dal loro contesto di partenza ed assegnando loro il significato di concetti o atti considerati tabù dai membri benpensanti dell’ordine sociale costituito. In questa strategia lessicale troviamo attestato il «movimento hippy», ma, a paragone, la medesima operazione linguistica è portata avanti dagli afroamericani con radicalismo assai più incisivo, che giunge al punto di assegnare ai termini adottati dei significati addirittura antitetici a quelli originari.

Il concetto di anima, per esempio, – che tradizionalmente è sempre rimasto associato a quanto di più nobile, di vero e di puro dimora nell’essere umano (onde, per Platone l’anima è bianca come il giglio) e, secondo gli afroamericani, risultava, in tale accezione, alquanto logoro e persino ambiguo e in stridente contrasto col piano della realtà – viene sovvertito nel suo opposto contrario: l’anima è degna quando è nera e violenta; sicché le sue più autentiche forme espressive, in campo musicale, non sono più in Beethoven o in Mozart o nella musica lirica o sinfonica,
bensì nel blues e nel jazz e poi nel rock e nel soul. Dopo il 1965 tumulti e scontri razziali diventarono una nota costante nelle vicende americane (nel 1967 si videro addirittura i carri armati circolare per Detroit). Sullo scenario musicale era ancora il jazz a fungere da avanguardia e il soul non fu da meno: una star come Aretha Franklin cambiò moda e prese ad abbigliarsi con abiti da donna africana. Era quindi inevitabile che il soul, prima o poi, avendo esteso il suo spettro espressivo, s’incontrasse col rock…

Pagine tratte da: Enzo Cioffi, Cambia la musica nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ’68, prefazione di Francesco Barbagallo, copertina di Perino e Vele, Tullio Pironti Editore, Napoli 2010, pp. 382 (più 94 immagini inedite), Euro 20. Disponibile in tutte le librerie d’Italia.