black e non nigger o negroes

Dagli anni ’60 in poi gli afroamericani reclamarono di non essere più designati non solo “nigger” (che nella parlata americana ha una intonazione marcatamente spregiativa), ma nemmeno “negroes” (che, pur essendo termine emotivamente neutro, possiede però il connotato di appartenente ad un grado inferiore di civiltà), preferendo decisamente il vocabolo “black”.

[…] Sul piano interno gli Stati Uniti erano attraversati dalle lotte per i diritti civili, sostenuti dalla minoranza nera per l’abrogazione delle molte forme di discriminazione ancora vigenti in molti stati dell’Unione. Il 28 agosto 1963 il pastore luterano Martin Luther King, a conclusione di una grande marcia su Washington, tenne dinanzi a circa trecentomila persone un celebre discorso che esordiva con le parole I have a dream…, col quale enunciava una grande speranza di pacifica convivenza fra le diverse componenti razziali della società americana. 
La spinta ideale promossa dal movimento nero produsse, nel biennio 1964-65, durante gli anni dell’amministrazione Johnson, l’adozione del «Civil Rights Act» e del «Voting Rights Act» con i quali, almeno sotto il profilo normativo, veniva posto la parola fine a tutti gli ostacoli che in molti stati ancora si frapponevano per i neri americani al libero esercizio dei diritti civili e dello stesso diritto di voto.

Per una sorta di reazione terminologica e di affermazione di dignità gli afroamericani reclamarono, da quegli anni in poi, di non essere più designati non solo “nigger” (che nella parlata americana ha una intonazione marcatamente spregiativa), ma nemmeno “negroes” (che, pur essendo termine emotivamente neutro, possiede però il connotato di appartenente ad un grado inferiore di civiltà), preferendo decisamente il vocabolo “black”, nel quale il riferimento distintivo è esclusivamente epidermico. In tema, a titolo di curiosità, vogliamo ricordare come in quegli anni si fosse creato presso i neri americani un sentimento di appartenenza etnica così forte e separato da quello degli altri statunitensi, da indurre, per esempio, i velocisti Usa Tommie Smith e John Carlos (che salirono scalzi sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968) ad alzare significativamente, col capo chino (mentre si levavano le note dell’inno nazionale e la bandiera a stelle e strisce saliva sul pennone) il pugno sinistro chiuso guantato di nero (emblema del «Black Power») in segno di sfida verso il proprio governo; ricordiamo anzi la “gustosa” provocazione condotta all’epoca dal quotidiano italiano «L’Unità», che nel computo del medagliere olimpico teneva i podii guadagnati dagli atleti neri americani accuratamente separati da tutti gli altri.

Pagine tratte da: Enzo Cioffi, Cambia la musica nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ’68, prefazione di Francesco Barbagallo, copertina di Perino e Vele, Tullio Pironti Editore, Napoli 2010, pp. 382 (più 94 immagini inedite), Euro 20. Disponibile in tutte le librerie d’Italia.
(nella foto: Jean-Michel Basquiat, artista (December 22, 1960 – August 12, 1988)